LA PAGINA DI CARLO
La Gakkai e il disagio mentale
Quel che qui affermerò non è in alcun modo generalizzabile alla Gakkai nel suo insieme, sono solamente esperienze che mi sono capitate sotto gli occhi. Non traggo alcuna conclusione. Chi mi legge ed è nella SGI "incroci" i suoi dati con quelli che riporto qui e tragga le sue conclusioni.
Nella mia permanenza nella Gakkai ho conosciuto un grande numero di persone, e davvero di ogni tipo, estrazione sociale e culturale, condizione famigliare o lavorativa. Alcune di queste erano persone con pregressi notevoli disagi psicologici. Casi non certo straordinari, a quanto si legge dalle statistiche sul disagio psicologico in Italia (e nel mondo). Potremmo schematizzare così i disagi che ho incontrato:
- casi di persone che fanno uso costante e ingente di psicofarmaci;
- casi di persone che presentano sintomi di disagio psicologico spesso anche grave;
- casi (meno frequenti) di persone con seri disturbi della personalità e del comportamento;
- due casi di alcolisti in attività che non solo praticano come nulla fosse, ma hanno anche responsabilità di rilievo.
Ripeto, situazioni umane del genere si trovano potenzialmente ovunque. Mi interessa qui riepilogare quel che ho visto fare in quei casi all'interno dell'organizzazione. Per ciò che riguarda i casi 1, 2 e 3, ciò che mi colpiva era il fatto che tali realtà non erano minimamente tematizzate, nell'ambito della vita dei praticanti, come problema, nemmeno come sintomo di un maggiore bisogno di aiuto o solidarietà della persona in questione. Ogni possibile difficoltà veniva ricondotta nei normali canoni della pratica corretta come se nulla fosse, anziché spingere tali soggetti ad un confronto terapeutico che in alcuni casi sembrava irrinunciabile. Ascoltando alcune "guide" date a persone in grossa difficoltà psicologica, ho avuto l'impressione (certamente del tutto parziale e soggettiva) che:
- gli interventi farmacologici fossero ben accetti dalla generalità dei responsabili;
- talvolta venisse consigliato il ricorso a medici che notoriamente prescrivevano cure farmacologiche per il disagio psichico;
- gli interventi di psicoterapia che implicassero il ricorso al dialogo, all'espressione di sé e all'auto-conoscenza non venissero altrettanto incoraggiati.
Ho anche osservato che se certe persone divenivano esplosivamente inopportune, ad esempio violente, o manifestamente deliranti, si creava semplicemente intorno a loro un "cordone sanitario" di reticenza; non mi risulta che mai qualcuno abbia pensato di mettersi in contatto con la famiglia di origine o comunque aiutare quelle persone a esplorare il loro disagio e intraprendere una terapia.
Nel quarto caso prima citato, ogni appello ai responsabili per considerare la gravità dell'episodio accaduto e allontanare il colpevole dal ruolo di responsabilità che ricopriva è caduto dapprima in grandi promesse, ma di fatto nel vuoto più completo. In numerosi altri casi, per fortuna meno eclatanti, l'effetto muro di gomma si è presentato ugualmente impenetrabile, spesso coadiuvato da relazioni familiari anche di coabitazione tra gli interessati (alcolisti) e i responsabili stessi che negavano l'esistenza stessa del problema.