LA PAGINA DI CARLO


Praticare funziona. A volte.

«Ora immagina nella tua mente il tuo obiettivo come già realizzato. Devi vederlo, come fosse vero. E ora, con questa determinazione, recita Daimoku. Poi, con questa convinzione, agisci con coraggio per realizzarlo

Chi ha praticato nella Gakkai dovrebbe aver già sentito "guide" di questo tipo, quantomeno con struttura analoga. Depurata dagli aspetti mistico-religiosi, la cosa potrebbe stare più o meno in questi termini:

  • Visualizzare internamente l'immagine di un desiderio come se fosse già realizzato
  • Allentare la percezione cosciente
  • Ed ecco che "magicamente" si ottengono le risorse occorrenti per conseguire lo scopo
  • Dunque si compiono azioni che si rivelano decisive per il successo
  • Magico? Per nulla. Chi si fosse letto i libri di due originali studiosi scoprirebbe che non c'è poi nulla di così stupefacente. Non vi dico chi sono costoro, anche perché non trovo carino fare pubblicità gratis ad approcci che se la fanno già benissimo da soli. Per cosa, poi, per fare concorrenza alla Gakkai? Andiamo, siamo seri.

    Perché dunque funzionerebbe? Nessuna magia: in realtà spesso tra noi e un certo obiettivo c'è davvero solo la nostra (cattiva) coscienza, le nostre convinzioni a proposito dei nostri limiti, ecc. Non sono pochi gli approcci terapeutici che in modo diversi ristrutturano la percezione della realtà e di se stesso nel paziente, e lo fanno spesso con espedienti di visualizzazioni, aggiramenti della coscienza, eccetera.

    Il giochetto delle risorse funziona allo stesso modo: se una persona dispone della rappresentazione completa di una determinata risorsa (poniamo, l'assertività) ma ritiene di essere (e si comporta effettivamente da) timida e timorosa, esistono tecniche collaudate per far sì che questa rappresentazione diventi parte del patrimonio comportamentale della persona in questione, che, "dopo la cura", agirà con sicurezza e assertività. Senza ore di Daimoku, senza Zaimu, attività, eccetera. Con ciò non intendo dire che gli aspetti sociali, rituali (e filantropici, magari) della pratica siano ciarpame in ogni caso. Solo che, gratta gratta, l'idea pompatissima secondo la quale facendo tutto ciò si realizzano i propri obiettivi è una bufala, nel senso che: intanto che si fanno quelle cose lì se ne fanno anche altre meno appariscenti che, guarda caso, sono procedure in grado di mobilitare risorse, motivazioni e capacità latenti che l'individuo, da sé, non riesce a tirar fuori. Anche l'idea classica: "non ti basare su te stesso, che sei limitato, affidati solo al Gohonzon" può essere tradotta in altri termini, più laici: non ti basare sulle tue capacità manifeste, ne hai altre latenti che opportune strategie faranno emergere.

    Dove voglio arrivare? Semplicemente al fatto che molti effetti "mistici" della pratica sono assai poco mistici, e hanno spiegazioni logiche e ragionevoli. Del resto, ben prima che quei due famosi studiosi scrivessero i loro libri, tanta parte dell'umanità ha sempre escogitato sistemi per stare meglio ed essere più efficaci (nel contesto storico in cui vivevano, ovviamente). Oggi sappiamo, ad esempio, che molte arti sciamaniche possono essere interpretate e analizzate allo stesso modo in cui qui ho appena rivisitato la pratica SGI.

    Fin qui la parte "buona". Tutto bene, dunque, allora? Ancora una volta no: l'effetto pseudo-magico non avviene sempre, proprio perché non è nulla di trascendente o di magico. Dunque non funziona sempre, ed è lì che casca l'asino. Funziona quando gli elementi in gioco sono (anche se latenti) alla portata del soggetto, e gli obiettivi sufficientemente collaudati da una stringente prova di realtà. Se manca qualcosa, immancabilmente non si avranno i risultati sperati. E allora, vai con le spiegazioni: "Non sei abbastanza determinato" "Pratichi poco e/o male" "Il Karma", e via così.

    Se non ricordo male, capitava talvolta di chiedersi perché persone che praticavano con tanto zelo non avessero risolto un accidente dei loro problemi, e altri, magari più leggerini, invece raccontavano esperienze da brivido. E anche lì, vai con la fantasia! In realtà, non c'era poi tanto da spiegare. La struttura della "pratica corretta" è una strategia ad ampio spettro, ma assai poco sensibile al contesto, alle variabili individuali, ai reality-test. Dunque dà i risultati che dà, nel senso che rende bene dove trova terreno idoneo, oppure non rende. O, anche, crea problemi più grandi di prima. Di persone schiacciate dal senso di colpa o di sconcerto per la mancanza di risultati in uno o più loro "obiettivi" ne ho vista tanta, e anch'io, che pure ho raccolto tanti "benefici", su alcune cose sono stato da bestia. Taluni difensori della pratica si commuovono davanti a tanti ex tossici sbandati che hanno costruito la loro vita "grazie alla pratica": non dico di no, ma per ognuno di loro ce ne sono altrettanti che hanno ricostruito una vita "grazie a qualcos'altro" e altri che sono morti di overdose, o hanno fatto qualche brutta fine qua e là, "nonostante" la pratica. Stiamo calmi. Molte cose fanno bene, male, entrambi a seconda dei casi. Il problema è come viene gestita l'informazione, le tesi che ci si vogliono costruire sopra.




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